Storia - Comune di GIRIFALCO
Sommario di pagina
Conosci la città
Fotogallery

News di Topnews - ANSA.it
-
Fini: Casini, maggioranza a capolinea06/09/2010Franceschini: una svolta discorso Mirabello, destra e' spaccata
-
Afghanistan: decapitato noto giornalista06/09/2010Hamid Noor, 45 anni, volto noto della tv di stato, morto a Kabul
Storia
Sull'etimologia del nome Girifalco molto si è scritto e il problema resta a tuttoggi insoluto, visto che nulla di scritto supporta alcuna delle tesi proposte. In un vecchio articolo del giornale "La tribuna illustrata", del 7 Febbraio del 1937, si legge: "Girifalco deve la sua nascita alla morte di due paesi, Toco e Caria, distrutti dai Saraceni nell'836. Gli scampati all'incendio e al macello si rifugiarono sopra una rupe chiamata "Pietra dei Monac"", sita in località Pioppi, e respinsero ogni assalto lanciando, in disperata difesa, le pietre strappate alla montagna. Furono chiamati, quei prodi, una "Sacra Falange", e, da quel loro nome, detto in greco, venne il nome del loro nuovo nido: Girifalco". L'opinione comune comunque è che il nome derivi dal girovagare di un falco intorno all'abitato. Lo studioso Giovanni Alessio, nel suo "Saggio di toponomastica calabrese", rimanda ad un "Kurios-Falcos, Dominus Falcus", ma il suo Kurios-Falcos è un presbitero in agro civitatis Nohae, parte contraente di un rogito del 1118. Questa soluzione etimologica pare quindi poco convincente. Appare fuori dubbio che il rapace abbia a che fare col nome della cittadina, opinione condivisa da tutti coloro che si sono interessati al problema. Uno scrittore e viaggiatore inglese, tale Lear, percorse a piedi il sud Italia, e così scrive nel suo "Diario di un viaggio a piedi": "Arrivai ad una città di montagna chiamata col delizioso nome di Girifalco... probabilmente se uno potesse scavare nella sua storia, potrebbe trovare che il nome arrivi ai Normanni o probabilmente al più grande dei falconieri, Federico II". Per il sovrano svevo, Girifalco, al centro dell'istmo di Catanzaro, poteva costituire una postazione strategica: dall'alto di Monte Covello si scorge l'uno e l'altro mare e una guarnigione, quindi, sarebbe andata più che bene. Non dobbiamo inoltre ignorare che un pezzo dell'artiglieria antica si chiamava proprio Girifalco. Ed ancora: la chiave della soluzione potrebbe essere ricercata nell'ambiente di corte del sovrano di Sicilia. Allora era in voga la caccia con il falco e vi erano i falconieri, ufficiali di corte preposti all'allevamento e addestramento dei falconi. Probabilmente un falconiere risiedeva da quelle parti, visto che la zona di Girifalco in alcuni periodi dell'anno costituisce un passaggio obbligato di questi uccelli, cosa citata anche in alcune guide turistiche ("Incontro con la Calabria", editore La Ruffa RC; "Catanzaro, la provincia del sole", Aci 1988). Non solo Girifalco porta nel suo stemma un uccello, Catanzaro ha un'aquila bicipite, Gerace uno sparviero rampante in campo aperto. A proposito dello stemma di Gerace, si narra una leggenda simile a quella di Girifalco. Vincenzo Cataldo, nel suo "Gerace"(edit. Arti Grafiche), scrive: "La leggenda, e si sa che sovente queste hanno uno spessore realistico, narra che dopo la tremenda incursione araba del 915, i superstiti Locresi, seguito il volo di uno sparviero posatosi sopra il massiccio roccioso, abbiano fondato, o meglio rinforzata, una nuova munita cellula urbana che meglio si prestava ad essere difesa". Il parallelismo tra le due leggende è evidente. Ancora scrive Cataldo: "L'ipotesi più affascinante fa derivare il nome della città da Hierax, rapace che nidifica abbondantemente su questa altura". Ogni altra parola in merito sarebbe superflua. Però, a questo punto, la ricerca sull'etimologia del nome della nostra cittadina potrebbe apparire aperta ad altre prospettiva. N.Tommaseo, nel "Dizionario della lingua italiana", alla voce Girifalco scrive: "la prima parte del vocabolo può essere il greco ierax che vuol dire sparviero, falco". Avremo così la ripetizione dello stesso termine in due lingue diverse, come nel caso di Linguaglossa, il grosso centro dell'entroterra catanese.
Anno 1971. A Girifalco, paesino collinare della Calabria a metà tra Jonio e Tirreno, una incredibile alluvione dovuta a più di 20 ore di pioggia ininterrotta e copiosa, provoca forti smottamenti nei terreni limitrofi al centro abitato.
Cessato il diluvio, l'avvocato Mario Tolone Azzariti, per conto di alcuni proprietari terrieri, viene incaricato dei sopralluoghi per la stima dei danni ai terreni. Nel corso di queste visite, nella zona di Caria, dove si sono verificate grandi frane e si sono create ampie fratture nel terreno, il nostro avvocato rinviene una testa di terracotta antropomorfa che reca alcune iscrizioni incise in caratteri indecifrabili.
L'avvocato Tolone Azzariti ha una solida cultura classica, sviluppatasi in anni di studio nelle biblioteche storiche e nel Museo archeologico Nazionale di Napoli, ma non ha mai visto oggetti di tale fattura, non sono di epoca magno-greca, ma neppure fenici o romani...
Fortemente incuriosito dal misterioso oggetto, allarga il raggio della ricerca a tutte le aree del circondario a caccia di altri reperti poiché, se di una nuova civiltà vera e propria si tratta, ci devono essere molti altri segni di presenza.
Per i successivi 20 anni, l'avvocato non avrà pace, dedicherà tutto il suo tempo libero e molte risorse economiche, allo scavo ed alla ricerca di altri reperti di questo antico popolo italiota.
La ricerca si rivela fruttuosa, i ritrovamenti sono copiosi, alcune centinaia addirittura.
Quella frana ha fatto riemergere dal passato una civiltà sconosciuta; ciotoli incisi con strani caratteri (petroglifi), splendide sculture in pietra calcarea rappresentanti donne con pettinature raffinatissime e con incisioni rappresentanti il culto del sole ed il culto dell'albero ed una splendida statua di pietra calcarea rappresentante una donna che è trascinata da un enorme toro che volge la testa all'indietro, molto simile a quello presente sulle monete dell'antica Sibari. E poi ancora, statue di terracotta con uomini a cavallo, steli di terracotta con strani simboli religiosi, una sfinge di terracotta di fattura particolarissima, bassorilievi di terracotta rappresentanti uomini con in risalto grandi attributi fallici, simbolo evidente di primordiale fertilità, e poi ancora meridiane solari, dischi con incisioni di particolari caratteri e simboli rappresentanti animali, come il cervo ed il serpente.
Ed ancora, armi, quali punte di lancia in pietra, asce e punteruoli per la scultura della pietra, anch'esse recanti incisioni indecifrate; alcune armi non sono di pietra del luogo ma di ossidiana, proveniente dalle isole Eolie; una in particolare è bellissima, ed ha la parte alta a coppa per un manico ad incastro molto simile a quella di Oetzi, la mummia dell'età del rame.
E poi urne cinerarie di pietra e di terracotta e molti scheletri umani, addirittura un ossario con tonnellate di ossa.
Di questo immenso tesoro l'avvocato Tolone Azzariti informò prontamente la soprintendenza archeologica della Calabria, sin dalla prima fase di scavo, per ottenere aiuti nella ricerca e soprattutto ausilio nella decifrazione e datazione dei reperti. Ma la soprintendenza, nonostante abbia nel tempo effettuato numerose ispezioni, si è sempre astenuta da pareri ufficiali per quanto riguarda le datazioni, non fornendo così alcun sostegno né economico né di ausilio agli studi per la ricerca storica sui reperti.
Ma veniamo al pezzo forte della collezione dell'avvocato Tolone Azzariti, quello su cui si puntano tutti gli interrogativi degli studiosi, e per cui il collezionista è stato addirittura tacciato di falso. Si tratta di una statua di terracotta di circa 18 cm di lunghezza raffigurante uno strano sauro con delle placche sulla schiena. Le placche sono triangolari e scorrono lungo il dorso sino alla coda. La vista dall'alto dell'oggetto rivela una strana piegatura delle placche, come se l'animale fosse stato raffigurato in movimento sul terreno.
Le zampe sono grosse e goffe, come di un animale di grande stazza, e non simili a quelle di una lucertola o di altro sauro moderno, come il tritone crestato o altri tipi di salamandra cui la scultura è stata accostata.
Non esiste alcun tipo di salamandra o sauro tipo iguana tra le specie attualmente conosciute, che abbia delle placche simili, ed allora basta prendere un qualunque manuale di paleontologia e ci si rende conto che l'animale raffigurato nella scultura appartiene alla specie degli stegosauri, una specie di dinosauri con le placche che gli scienziati affermano essersi estinta circa 65 milioni di anni fa.
Non è possibile, non può essere - affermano i paleontologi e gli storici, ma intanto la scultura esiste e l'avvocato Tolone Azzariti afferma di averla trovata nelle terre di Caria insieme a centinaia di altri reperti di età antica, di una civiltà pre-greca della Calabria, cioè di almeno 3000 anni fa.
La statua è stata ritrovata in due frammenti e poi ricomposta con un po' di adesivo.
Nella collezione è presente un'altra raffigurazione dello strano sauro in bassorilievo su lastra di marmo grezzo, con le stesse identiche caratteristiche fisiche, e nella stessa teca c'è anche un grande osso fossile di un animale sconosciuto, ed una mandibola con grandi denti, anch'essa fossile.
"Se la statua di terracotta rappresentante il terribile sauro fosse un falso, non dovrebbe essere affatto difficile provarlo sottoponendola a datazione radiocarbonio 14 - afferma l'avvocato Tolone Azzariti - ma se il reperto è autentico ed antico almeno di qualche migliaio di anni, saremmo di fronte ad un incredibile enigma archeologico".
di Domenico Canino
Comune di GIRIFALCO
P.IVA 00297440794



